Situata a 490 m sul livello del mare, all’interno di una stretta valle circondata da un lato dai monti Puro e Rogedano e dall’altro lato dal Monte Fano, Valleremita è una delle numerose frazioni di Fabriano, da cui dista circa 7 km.
Non vi sono elementi nel sito per risalire a insediamenti preromani o romani, vi sono però indizi sufficienti che lasciano presumere, almeno nel periodo alto medioevale, la esistenza di un villaggio rurale; nel Duecento Valleremita è citata quale distretto amministrativo (baylia) dell’ormai consolidato Comune di Fabriano, impensabile senza un relativo nucleo abitato.
La chiesa parrocchiale, intitolata alla Trasfigurazione del SS. Salvatore ha origini antichissime. Al suo interno si conserva una tela di scuola marchigiana del secolo XVII,
attribuita al pittore Lelio Leoncini di Rocca Contrada (Arcevia), che raffigura la Madonna del Rosario con i Santi Girolamo, Domenico, Caterina, Romualdo e i 15 Misteri. Tra le ricorrenze sacre assai sentite dagli abitanti e dai vallesi originari, che accorrono in gran numero per parteciparvi, vanno ricordate il pellegrinaggio in onore di S. Silvestro, di remota fede religiosa, che la terza domenica di maggio si snoda al canto di antiche Laudi per l’erta salita fino all’omonimo convento di Monte Fano e la processione dedicata alla Natività della Madonna che si svolge la prima domenica di settembre.
Camporege
Nella angusta Vallevite che conduce a Valleremita, in località Camporege, si trova una piccola chiesa, con tracce di strutture romanico-gotiche degne di nota, un tempo dedicata alla SS. Trinità e più tardi a S. Leonardo.
Restaurata ai primi del ‘900, ha assunto il titolo di San Francesco, in memoria di un prodigio che il Santo avrebbe compiuto.
Narra la tradizione popolare, c’è anche una lapide a ricordarla, che S. Francesco, mentre si recava all’Eremo di Valdisasso, perduta la strada, pregò un contadino che stava dissodando il suo campo di indicargli la retta direzione. Il rustico, impressionato dalla figura del Santo, lo volle guidare fin sulla Romita; ma preoccupato al ritorno per aver abbandonato il proprio lavoro, trovò con grande meraviglia il terreno tutto arato e i buoi riposati.
Il luogo ancor oggi è denominato campo di S. Francesco o campo del miracolo.
S. Maria di Valdisasso
L’Eremo sarebbe stato nell’alto medioevo un castello a difesa della attuale Valdisasso, di rilievo strategico per i longobardi, poichè a ridosso dello stretto corridoio, controllato dai bizantini, che metteva in comunicazione l’Esarcato ravennate e la Pentapoli con il Ducato romano.
Sul finire del primo millennio il fortilizio, secondo tradizione, si trasformò in un cenobio, ove si insediò una comunità di monache benedettine, per concessione di Alberto della aristocratica famiglia dei Sassi. Un luogo ideale per praticare preghiera e lavoro, come vuole la regola di S. Benedetto. Sempre secondo tradizione fu il primo monastero femminile ad essere fondato nel territorio.
Appartiene ad una secolare memoria, alimentata dal racconto di fatti miracolosi, che S. Francesco, ai primi del Duecento, nei suoi ripetuti viaggi nella Marca anconetana, sia stato addirittura ospite dell’Eremo. Ritenuto perciò un sito venerabile, fu oggetto di costante rivendicazione da parte dei seguaci del Santo, restata tuttavia per lungo tempo inascoltata. Solo ai primi del Quattrocento si potrà coronare l’attesa, allorchè Chiavello Chiavelli acquistò, al prezzo di 175 ducati d’oro, l’Eremo per donarlo ai minori francescani della regolare osservanza, con l’espresso desiderio che divenisse sede della sua sepoltura unitamente alla consorte Lagia. Si ritiene per questo che il potente signore fabrianese commissionò a Gentile, amico e insigne maestro, l’Incoronazione della Vergine, destinata ad impreziosire un luogo ormai sacro per la famiglia.
Sarà Francesco della Libra a promuovere una prima consistente sistemazione del cenobio, divenuto in seguito tanto noto da essere denominato la “Porziuncola delle Marche”. Tra la prima e seconda metà del Quattrocento vi trovarono accoglienza illustri figure di francescani come S. Bernardino da Siena, S. Giovanni da Capistrano e S. Giacomo della Marca.
Il convento, ampliato ancora nel corso del Seicento, viene però soppresso con il regime napoleonico e di nuovo nel 1861 con lo Stato unitario: i frati vengono espulsi e il prezioso archivio disperso.
L’eremo, acquisito al pubblico patrimonio, nei decenni successivi passa di mano più volte e viene da ultimo ridotto a casa rurale fino al suo completo abbandono. Solo nella seconda metà del secolo scorso, i frati minori, ottenuto l’affitto dal Demanio, potranno farvi ritorno, risanandolo e ricostruendolo in parte. Non molto si conserva del singolare complesso strutturatosi nei secoli: il nucleo più interessante rimane la piccola chiesa, di forma rettangolare, che mostra ancora segni sia dell’originario impianto castellare sia delle linee architettoniche dell’intervento quattrocentesco.
L'incoronazione della Vergine
Il polittico, una delle migliori produzioni di Gentile da Fabriano, raffinato interprete del gotico internazionale, è di incerta datazione ed ancora discusso il luogo ove fu eseguita.
Si disputa infatti se sia opera giovanile o appartenga ad una fase più matura dell’artista. Si ritiene dipinto, su commissione di Chiavello Chiavelli, a Venezia, per evidenti influssi culturali, ma con qualche dubbio. Qualcuno azzarda perfino l’ipotesi che sia stato realizzato a Fabriano, per i puntuali riscontri tra i motivi e le immagini floreali presenti e l’odierno patrimonio botanico della Valdisasso.
La pala, celebrata universalmente come Polittico di Valle Romita, si trova ora, in seguito alla ottocentesca requisizione napoleonica, alla Pinacoteca di Brera di Milano.
Nella chiesa dell’Eremo sopra l’altare campeggia, collocatavi nel 1981, una pregevole copia dell’Incoronazione, eseguita da una clarissa del Monastero di Verona, esperta e valente iconografa.