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Le felci della Valle dei Grilli
La storia delle Felci è scritta nel carbon fossile e nelle rocce formatesi in lontane ere. Le piante che sono diventate carbone e le numerose impronte fossili da esse lasciate sulle antiche rocce raccontano che durante il Carbonifero, circa 280 milioni di anni fa, le felci spadroneggiavano sulla Terra: esse erano alberi giganteschi e formavano immense foreste abitate da rettili e da insetti di grandi dimensioni (mammiferi e uccelli non esistevano ancora). Tutto ciò fu reso possibile da un ambiente caldo-umido, paragonabile a quello attuale della foresta amazzonica, ma in seguito il caldo incominciò a diminuire, gelidi venti asciugarono le paludi e resero aridi i continenti, seppellendo sotto sabbia e terriccio le millenarie foreste. Il bel tempo si ristabilì e così nuove piante invasero il suolo: le Conifere. Con esse ricominciarono a vivere le felci, ma ormai erano diventate piante piccole, amanti dell’ombra e dell’umidità; in compenso acquistarono in grazia ed eleganza, qualità che conservano ancora oggi.
L'habitat naturale
Luoghi freschi e ombrosi, rupi umide e stillicidiose, grotte, corsi d’acqua e boschi, ma anche vecchi muri e fessure di rocce rappresentano gli habitat ideali delle felci.
La riproduzione
Le felci sono piante crittogame vascolari che appartengono al gruppo vegetale delle Pteridofite; essendo sprovviste di fiori si riproducono per spore, situate entro minuscoli contenitori (sporangi) localizzati nella pagina inferiore della fronda e riuniti in sori, dalla tipica colorazione ruggine.
Specie di felci presenti |
Il nome della specie trichomanes deriva dal greco e significa “capello sottile” riferito all’asse della fronda, che assomiglia a un capello nero. Plinio il Vecchio ricorda questa pianta come rimedio per la caduta dei capelli, per l’aspetto dei neri e lucidi fusticini. |
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Chiamata lingua cervina o lingua dei pozzi è caratterizzata da fronde intere con lamina linguiforme, che portano sulla pagina inferiore sori stretti e lunghi disposti obliquamente rispetto alla nervatura centrale. I Romani la chiamavano “Limba Vecinei” cioè “lingua della vicina”. |
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La capelvenere è una piccola
ed elegantissima felce dalle fronde leggere e delicate, comune sulle rupi, sui muri umidi, sulle rocce stillicidiose.
Il nome del genere adiantum deriva dal greco e significa
“non mi bagno”, poiché l’acqua
non aderisce alle fronde e capillusveneris per i piccioli bruno-neri, lucidi, simili ai capelli di Venere o di una donna. |
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La felce degli asini ha fronde pennatosette, largamente triangolari, lucide e coriacee; le pinne esterne sono finemente divise e terminanti in una punta stretta e allungata. |
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Le fronde sono oblunghe-lanceolate, strette con pinne ottuse all’apice. È chiamata felce dolce o falsa liquirizia per il sapore dolciastro del suo rizoma, che allungandosi ad un estremo, si arricchisce ogni anno di nuove fronde, mentre le parti vecchie muoiono. Infatti, polipodio deriva dal greco e significa “con molti piedi”. |
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La cedracca o erba ruggine è una piccola felce abitatrice di rocce e muretti a secco. Forma dense rosette con fronde
coriacee di colore verde cupo e ricoperte sulla pagina inferiore da fitte squame ocraceo-rossastre, che nascondono i sori posti lungo nervature secondarie. |
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Le fronde verdi hanno lembolargo, ovatotriangolare con larghezza maggiore alla base, bruscamente attenuato all’apice in un segmento terminale allungato; le pinne sono grossolanamente dentate e acute. |
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