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La lecceta della Valle dell'Elce

La Valle dell’Elce deve il suo nome alla presenza del leccio (Quercus ilex), infatti, la parola élce deriva dal latino ilicem, con riferimento all’albero ghiandifero, chiamato leccio (= iliceus). In passato le sommità dei rilievi che circondano la valle erano per lo più adibite al pascolo di ovini ed in parte coltivate. In un’antica carta topografica quella che oggi è chiamata Grotta dell’Elce aveva il toponimo di Caverna della Ricotta, come ad indicare l’attività di preparazione dei prdotti caseari che i pastori effettuavano in questo rifugio naturale. In seguito al graduale abbandono delle attività agricole e pastorali, le superfici furono, nel tempo, ricolonizzate dal leccio e da altre specie tipiche del bosco naturale.
Il leccio, tipico costituente della macchia mediterranea, è una quercia sempreverde il cui areale si estende dalle coste meridionali dell’Europa a quelle dell’Africa settentrionale. Assai diffuso lungo le coste, grazie alla sua plasticità, penetra profondamente nell’entroterra in zone termicamente favorevoli. È una pianta molto resistente che cresce su suoli poveri, sebbene non gradisca i terreni argillosi compatti. Su substrati profondi diventa un albero esuberante e massiccio, mentre su suoli superficiali e rocciosi assume in prevalenza un portamento arbustivo, comportandosi da specie pioniera.
Albero alto sino a 20-25 m o anche arbusto cespuglioso di pochi metri d’altezza, con chioma densa e tondeggiante e tronco poco slanciato, ricoperto da una corteccia grigia, liscia e finemente screpolata in età; fiorisce in aprile-maggio e i fiori maschili e femminili sono presenti sulla stessa pianta. Le foglie, persistenti sui rami per 2-3 anni, sono ovato-oblunghe, coriacee, lucide superiormente e abbondantemente pelose (tomentose) sulla pagina inferiore, con margine intero oppure denticolato e spinoso. Le sue foglie si sono adattate a sopportare la carenza idrica nelle calde estati secche, cosicchè prospera nelle località più esposte, particolarmente vicino al mare.


L'ecosistema forestale delle leccete collinari

Il paesaggio delle leccete collinari è caratterizzato da versanti molto acclivi, prevalentemente su Calcare massiccio, ricoperti da boschi a prevalenza di leccio (Quercus ilex) ed altre sclerofille sempreverdi, alternati a piccole pareti rocciose e brecciai.
Il bosco di leccio è per lo più un ceduo matricinato, generalmente molto fitto ed intricato, a dominanza di leccio (Quercus ilex) con, in subordine, orniello (Fraxinus ornus), roverella (Quercus pubescens) e/o carpino nero (Ostrya carpinifolia). La volta arborea, chiusa e poco trasparente alla radiazione luminosa, non consente lo sviluppo degli strati arbustivo ed erbaceo, che si presentano radi e per lo più addensati in corrispondenza delle specie arboree caducifoglie.
Generalmente il mantello delle leccete collinari è poco strutturato e costituito da sclerofille sempreverdi e caducifoglie che si addensano al margine delle chiome del leccio. Frequentemente queste piccole aree sono ricoperte anche da una vegetazione di bassi arbusti (Asparagus acutifolius, Osyris alba, Hippocrepis emerus ssp. emeroides) e camefite come la santoreggia montana (Satureja montana ssp. montana). Il margine del bosco costituisce, inoltre, una brusca discontinuità tra l’ecotono e lo strato arbustivo dell’ecosistema forestale.
Dal punto di vista trofico questo ecosistema si contraddistingue quasi esclusivamente per la notevole produzione autunnale di ghianda (lo strato arboreo è composto per l’85-90% da Cupulifere), stante la povertà degli strati erbaceo, arbustivo e della fascia ecotonale. Le sclerofille sempreverdi, anche se poco apprezzate dal punto di vista alimentare, costituiscono, comunque, una possibile riserva invernale per gli erbivori selvatici. In passato il leccio veniva utilizzato come pianta ornamentale per giardini rinascimentali, per la realizzazione mediante potatura, di forme alte e rigide, in contrasto con le basse siepi; oggi è comune nelle alberature stradali. Il legno duro e compatto, viene impiegato nella costruzione di parti e utensili sottoposti a forti sollecitazioni e usura, come attrezzi agricoli, pezzi per torchi, presse, imbarcazioni, ecc. È un ottimo combustibile, come il carbone da esso ricavato. Come accade anche per altre querce, il legno appena tagliato si tinge di blu attorno ai chiodi che vi vengono conficcati, per il fatto che il tannino contenuto nel legno reagisce con il ferro; è proprio la presenza di tannino a rendere il leccio una fonte di sostanze per il trattamento del cuoio e delle pelli. Le ghiande sono impiegate nell’alimentazione degli animali domestici, soprattutto maiali; un tempo anche l’uomo ne faceva uso, crude o torrefatte come surrogato del caffè.